RIEMPIAMO D’ORO LE CREPE DELLA SCUOLA

Ricondurre la scuola alla propria vocazione di emancipazione e inclusione è possibile, con un lavoro paziente e intelligente. Si è svolto a Milano il secondo incontro di Policy Lab.
Condividi:

di Michele Vezzoli

La scuola non è un muro di gomma, ma un organismo che – insieme ad altri – potrà sempre essere rivitalizzato, e ricondotto alla sua vocazione di emancipazione e inclusione. Certo, per promuovere il cambiamento occorre attrezzarsi di pazienza e lungimiranza; senza dimenticarsi una discreta capacità tattica.

Sabato 27 gennaio si è svolto a Milano il secondo Policy Lab italiano, presso il Civico Polo Scolastico Manzoni, che ha accolto un gruppo formato da insegnanti, presidi, educatori, sindacalisti, giornalisti.

La sfida, anzi: THE CHALLENGE

Offrire ai policy maker linee di indagine per diffondere sistematicamente nella scuola un approccio educativo ai conflitti.

È il risultato 4 perseguito dal progetto Erasmus+ “Litigare a scuola”: in Italia, in Croazia, a Malta e in Romania i partners del Consorzio faciliteranno Policy Labs, incontri rivolti a coinvolgere i policy makers, con l’obiettivo di ascoltarsi, di scendere al livello del campo d’azione concreto [E. Friedberg] per interrogarsi su micro-sperimentazioni.

Certo, occorre attrezzarsi

In primo luogo di pazienza.

Il mondo vitale della scuola italiana rimane scosso da dinamiche involutive: non è al riparo dal frantumarsi del senso di comunità che colpisce la nostra società, dall’individualismo competitivo  all’edonismo svaporante.

L’immagine della realtà scolastica emersa nell’incontro può essere frustrante, e demotivante.

Il minuscolo osservatorio soggettivo del nostro Policy Lab è partito da lì, dalla demotivazione: nel corso del 2023 10.000 docenti di ruolo hanno rinunciato al proprio incarico. Il malessere è diffuso e tocca svariati aspetti: la cultura organizzativa predominante nella scuola sembra essere verticistica, autoritaria, gerarchica, puramente amministrativa e con una debole leadership educativa nei ruoli intermedi (frutto di riforme non sempre ben pensate, o ben riuscite). Sul lavoro gli operatori della scuola scontano livelli crescenti di ansia, conflitti non gestiti in modo evolutivo e, a monte, una sostanziale mancanza di attenzione per la relazione (la scuola è nella società, si diceva). Per insegnanti e dirigenti manca la continuità necessaria a uscire da percorsi di piccolo cabotaggio, di gestione operativa dell’esistente.

Il risultato di tutto questo?

Va smarrendosi quel senso di partecipazione democratica alla vita della scuola che ha caratterizzato positivamente altre stagioni culturali del nostro paese.

L’attrattività della scuola e “dell’impossibile” mestiere di educatore [S. Freud] si riduce al lumicino, dando vita a dinamiche di vera e propria fuga.

Il potere del disincanto

Ma solo una lettura inter-soggettiva della realtà della scuola – una lettura nuda e cruda – può permettere di acquisire quella sana consapevolezza che non si lancia contro i mulini a vento, ma come vento ostinato e contrario inventa pertugi e passaggi; si infila nelle crepe non per rimuoverle, ma per riempirle d’oro [la pratica del Kintsugi].

Trasformare la ferita in feritoia [L. Verdi] è lavoro faticoso, ma proprio dove si è disposti a faticare ci sono le cose di valore: vale ciò che dura; e dura ciò che vale [M. Do’].

Domande paradossali

Dolorose – ma liberanti da visioni miopi.

Come si fa infatti a ipotizzare di disseminare la scuola di esperienze evolutive di gestione del conflitto, se si riscontra da parte di troppi operatori la mancata conoscenza delle stesse età evolutive? Come si promuove una gestione educativa del conflitto tra bambini e ragazzi, se la cultura organizzativa degli adulti che abitano la scuola inibisce il conflitto, lo insabbia, lo distorce?

Bigino di sopravvivenza (ma anche qualcosa di più)

Eppure, il nostro piccolo osservatorio qualche coniglio bianco nel cappello a cilindro ha provato a cercarlo, infilando una dietro l’altra suggestioni possibili, più che ricette incontrovertibili.

Azione è uscire dalla solitudine [L. Pintor]. Promuovere il cambiamento in modo individuale è poco proficuo: la prima fatica è cercare compagni di viaggio, scovare affinità elettive, dentro e fuori il proprio istituto scolastico.

Impariamo a “sfruttare” gli apporti esterni: ci sono molte agenzie educative indipendenti, che basano il proprio lavoro su analisi serie e approfondite, che possono aiutare gli operatori della scuola a fare micro sperimentazioni sul conflitto, per dissodare culturalmente il terreno, in attesa di appoggiarci semi che possano radicarsi e dare frutto, quando arriverà la stagione.

Non puoi educare i bambini e i ragazzi a vivere in modo evolutivo il conflitto se gli adulti che abitano la scuola non sono in grado di farlo. Sensibilizzare e formare gli adulti è necessariamente il primo passaggio.

Prima viene l’esperienza, e poi il metodo. Occorre vivere piccole esperienze di cambiamento per poi innestarvi sopra percorsi più strutturati.

Ma il cambiamento delle persone richiede tempo, e quello dei gruppi e delle organizzazioni molto di più. Non si vive di fiammate sporadiche di entusiasmo, ma di progetti articolati, che vanno pensati per tempo, implementati e valutati su orizzonti medi di tempo. No all’improvvisazione, sì alla politica dei passi brevi, che però sanno guardare lontano.

La diffusione di pratiche sistematiche di educazione al conflitto è fatta concretamente di molti incontri e di svariati passaggi con molteplici decisori. Ognuno di questi è un momento in cui sarà possibile accumulare pezzetti di energia motivante. Per farlo occorre però essere chiari, concisi e convincenti. Occorre presentare al decisore dati ed esperienze di successo, tarate esattamente sulle idiosincrasie dell’interlocutore. Nella società della spettacolo, in cui la soglia di attenzione e minimale, e in un’organizzazione burocratica uniformata alla cultura amministrativa, per avviare il cambiamento occorre essere accattivanti – in altri termini: intelligenti.

Occorre infine essere tattici: intercettare cioè reti di scopo e obiettivi che già sono presenti nella scuola, e collocarsi all’interno di queste cornici-curriculum-iniziative contigue al tema per promuovere la cultura evolutiva del conflitto. Gli ambiti privilegiati? Le iniziative contro il bullismo, la valorizzazione dell’intercultura, il piano nazionale della salute, l’educazione civica.

Nel nostro domani

Qualcosa di piccolo e sostenibile è stato individuato, tarato sui rispettivi contesti territoriali dei partecipanti al Policy Lab.

Dal pubblicare un articolo che colleghi il tema del conflitto a quello della salute al partecipare a una tavola rotonda già in programma sul tema regole e costituzione; dalla somministrazione di un questionario a ragazzi e adulti all’agganciarsi a insegnanti che hanno partecipato in passato a momenti formativi sul tema; dal coinvolgere reti di scopo già esistenti (“Scuole che costruiscono”, “Scuole che promuovono salute”) al partecipare a bandi regionali per l’apertura di sportelli psico-pedagogici nella scuola…

Cosa resta davvero?

La sensazione rigenerante di non essere da soli.
La dichiarazione di volontà di voler continuare a prendersi cura della nostra scuola.
La necessità di attrezzarsi, nelle analisi, nelle diagnosi e nelle modalità di intervento.
Qualche buona pista di indagine.
Poche piccole azioni sperimentabili con uno sforzo ragionevole (e molte altre che richiederanno invece costanza, fiducia, e molta fatica).

Forse non basterà, ma sembra una buona base da cui partire.